Star and Buck’s Story

1

Era una sera fredda, pungente, quel tipo di freddo che sembra entrarti nelle ossa, rendendole fragili e sole. Il salone all’interno era saturo, opprimente, quasi soffocante a causa di tutte quelle persone che si dimenavano urlando, in preda ad una specie di spasmi muscolari. Io fino a qualche minuto prima ero una di quelle. Indossavo un morbido vestitino nero, al collo una vistosa collana e vertiginose scarpe tacco dodici, sulle quali riuscii a resistere il primo quarto d’ora. Decisi quindi di ricorrere all’alcool, un ottimo anestetico che mi avrebbe permesso di ballare e perdere completamente la cognizione dell’ora, del luogo, di tutto. E’ stato bello passare una serata insieme ai vecchi amici Vodka e Martini, ovviamente liscio senza ghiaccio. Hanno reso tutto più semplice, colorato, divertente, ma soprattutto indolore. Perché ero venuta a quella festa? Per correttezza o amicizia? No, probabilmente più per stupidità. La mia migliore amica si fidanza ufficialmente con il mio ragazzo, anzi mi correggo, il mio ex ragazzo, ed io cosa faccio? Accetto l’invito al loro party senza curarmi di cosa possa comportare! Bella mossa ragazza, davvero. Va sempre a finire così, vengo presa alla sprovvista e non sapendo quale comportamento sia più giusto adottare, finisco col fare l’opposto di quello che dovrei, di quello che sarebbe meglio per me stessa. E poi chissà quando è iniziata la loro storia, se prima, dopo o durante. Una settimana dopo che mi aveva lasciata, lei era venuta da me con un grande sorriso sulle labbra, dicendomi che si erano messi insieme. Non che mi abbia chiesto come la pensassi ovviamente, semplicemente aveva voluto mettermi al corrente della situazione, prima che lo venissi a sapere da altri. Forse sperava che dessi loro la mia benedizione, ma è davvero un peccato che io non sia né una donna di chiesa né una credente devota e l’unica benedizione che potrebbero mai ricevere da me, sarebbe una cosa del tipo: “Andate all’inferno!”, ovviamente detto con tono dolce e pacato accompagnato da un enorme sorriso.

Stava diventando troppo caldo là dentro e la testa iniziava a girarmi. Così, dopo aver fatto una virata degna dei migliori piloti, mi diressi al bar dove un mio buon amico non ci pensò due volte a riempirmi il bicchiere, con quello che doveva essere il sesto cocktail, o forse era il settimo? Io e Jeff, eravamo amici ormai quasi da cinque anni, ci eravamo conosciuti quell’estate dei mondiali poco dopo gli esami di maturità. Lui, stima a 360° solo due persone in modo davvero sincero, una sono io e l’altra è Madonna, ancora mi chiedo come io riesca a reggere il confronto. Completamente gay ovvio, eppure sarebbe davvero il mio uomo ideale: dolce, maturo, affidabile ma soprattutto adora lo shopping ed ha un impeccabile gusto nel vestire. Chi ha mai detto che la virilità sia tutto in un uomo? Sono stata con il mio ex per tantissimi anni e ora della sua virilità cos’è rimasto? Vogliamo parlare poi della maturità e di quanto fosse affidabile? Stanotte Jeff e l’alcool, sono tutto ciò che una ragazza nella mia situazione, potrebbe mai desiderare.

«Bonsoir Mademoiselle, stasera sono al suo completo servizio!»
Anche se non fosse mai stata cosa da me, per farmi riempire subito il bicchiere dalla seconda fila in cui mi trovavo, allungai avidamente il braccio sopra le persone davanti, alcune delle quali, mi fulminarono con lo sguardo ma stranamente non m’importò. Evidentemente, quando nel tuo corpo sta circolando più alcool che sangue, non sei più tenuta a farti certi problemi.
«Cosa offre la casa, per una fanciulla che voglia dimenticare le sue pene?»
«Se sta cercando qualcosa di forte, le consiglio un XYZ, come solo io so fare. Se la sente?»
«Crede mi tirerei indietro a sfida così allettante?»
Accostando le mani sul petto, con l’aria di chi sapeva già, come sarebbe andata finire.
«A sua disposizione» disse accompagnando il tutto da un flessuoso inchino.
«Ma si ricordi il motto di un buon ubriaco che si rispetti: “Mai spargere per la casa, ciò che si può espellere fuori” intesi? Non si accetteranno più scuse d’ora in avanti» mi disse in tono canzonatorio ma deciso.
E’ vero, da circa tre mesi, praticamente da quando mi era stato dato il ben servito, avevamo iniziato la nostra frizzante convivenza. Non so come sia venuta l’idea ad entrambi, forse ci è sembrata la cosa più sensata per risparmiare sulle bollette e l’affitto. Credo che dopo essere andati ad abitare insieme e aver visto ciascuno tutti i lati dell’altro, ormai non possiamo più fare a meno del nostro legame.

Afferrato con gioia ma poca fermezza nella mano, il bicchiere che notai con dispiacere essere stato riempito solo per metà, prima di tornare in pista assestai un bel dito medio al mio barista preferito che al contrario, mi ringraziò nuovamente con formale inchino.
«Ah, piccola precisazione. I miei cocktail per avere effetto, vanno bevuti tutti d’un fiato!»
Sentii urlare Jeff che ormai non era più nei miei pensieri. La mai attenzione adesso era tutta per quella sensazione di completa libertà e momentanea amnesia che quello strano mix di alcolici mi avrebbe presto fatto provare. Deglutii tutto senza lasciare neanche una goccia, con disperazione e speranza affinché quel dannato dolore sparisse. Così successe. Tutto divenne buio, un silenzio impossibile da immaginare pochi secondi prima, calò di colpo azzerando ogni cosa. Dentro di me come un fuoco, si sprigionò l’estate che violentemente cacciò lontano il freddo inverno. I dolorosi tacchi a spillo comprati appositamente per il “lieto evento” erano spariti e sotto i piedi nudi potevo sentire la morbidezza dell’erba, tinta da fresche gocce di rugiada. Non sapevo cosa stesse succedendo ma non ero neanche sicura di volerlo sapere, semplicemente mi piaceva. Essere razionali in quel momento, avrebbe vanificato tutti gli sforzi che avevano reso possibile arrivare fino a quel punto. In un battito di ciglia, come succede nei sogni, ero distesa sul prato verde, morbido, familiare. Guardando in alto invece non riuscivo a scorgere più nulla, perché lassù era tutto scuro, triste, opprimente, lassù nulla era familiare. Poi ecco che, piano piano, come per magia arrivò la neve. Fiocchi candidi, con tenue bagliore, iniziarono piano piano a raffreddare la mia estate. Era piacevole il loro tocco sulla pelle ma, più il caldo diventava tiepido, più il tiepido sarebbe diventato freddo e il freddo a me non piace, perché ha legati a se troppi ricordi dolorosi. Ma la neve incurante, continuò a cadere fino a che non potei più muovermi. La neve mi rivestì lasciandomi cosciente e fu in quel momento che sentii arrivare gli incubi, gli incubi reali che ero riuscita fino a quel momento a tenere lontano dalla piccola radura. Solo allora mi svegliai.

2

Non so come, ma ero in terrazza e davanti a me c’era quel minaccioso cielo scuro carico di pioggia. Presto i suoni presero a salire d’intensità e potei sentire nuovamente, la musica house nel salone alle mie spalle. Superata la confusione mentale dei primi cinque minuti, ebbi un flash back della serata e oh, mio dio!
«No, no, no! Dimmi che non sono svenuta là in mezzo!»
Gli occhi sbarrati e un leggero senso di vomito, non aiutarono molto la mia mente, nel mettere a fuoco gli eventi successi durante il black out. Tolsi le scarpe, sperando che il marmo freddo sotto ai piedi potesse farmi prendere un po’ di lucidità. Mi avvicinai al balcone e appoggiando tutto il peso sui gomiti, inaspettatamente scoppiai a ridere. Alzai lo sguardo e vidi quella bellissima città che mi aveva accolta tanti anni prima, illuminata e decorata con fiocchetti e luci colorate. Il natale in fondo, era vicino. Questa città che era sempre stata fedele a se stessa e non aveva mai deluso le mie aspettative o fatto promesse che non avrebbe potuto mantenere, mia madre la chiamava la città dei sogni ritrovati. Da piccola il suo più grande desiderio, era solo quello di riuscire farsi una bella famiglia. Purtroppo figlia di noti imprenditori, i genitori avevano avuto per lei ben altri progetti. Appena conclusi gli studi, avrebbe dovuto entrare in azienda e alleggerire il loro fardello imprenditoriale. Come è facile intuire, un programma di vita del genere avrebbe dato ben poco spazio per sognare. Quel piccolo desidero, perché è così che lo vedevano gli altri, presto finì per essere dimenticato. Durante il suo primo anno alla sede centrale, arrivò il periodo dei sondaggi, dove un responsabile della ditta deve recarsi presso i negozi affiliali per controllare l’andamento delle vendite, la qualità dei prodotti e quant’altro. Mia madre ne venne incaricata e la prima città in cui dovette andare, fu proprio questa. Si recò al bar dove doveva effettuare il controllo e senza annunciarsi, si sedette come una normale cliente, iniziando a scrutare i modi di fare dei commessi, la pulizia dell’ambiente e i commenti della clientela ai tavoli vicini. Era talmente assorta nell’annotarsi i primi appunti nella mente che non si accorse del commesso comparso al suo fianco. Scusandosi per la sua distrazione, alzò gli occhi, lo vide e finalmente ricordò ciò che aveva finito per dimenticare, quel piccolo e insignificante desiderio di bambina. Il barista che in quel momento non poteva capire lo stato d’animo della sua cliente, non seppe fare di meglio, che rovesciarle accidentalmente addosso del caffè. Ovviamente l’imbranato era Buck, mio padre. Alla fine era bastato poco, uno sguardo e un caffè versato. Forse sono davvero le cose inaspettate, quelle semplici e un po’ pasticciate, che finiscono per cambiarti la vita. I miei genitori non hanno avuto una vita facile. Vista la loro giovane età non vennero accettati dai nonni e così mia madre per potersi sposare, fu costretta a rinunciare ai suoi diritti sull’azienda. Alla fine ciò che le rimase, fu esaudire il suo desiderio e questo a lei bastava, anche se purtroppo i rapporti con i suoi genitori, non tornarono più come prima. Non ho mai conosciuto i miei nonni ma sapevo quanto si fossero comportati male. Spesso dicevo di odiarli, ma mia madre invece di darmi ragione, prendeva sempre le loro difese, nonostante l’avessero fatta soffrire così tanto. A quel tempo non potevo capirne il perché, ma adesso sono contenta che mi abbia sgridata e impedito di coltivare quell’odio nei loro confronti. Ora penso ai miei nonni, come ad un tesoro che non mi sia stato concesso avere. Non sono mai riuscita ad entrare in uno dei loro bar, è più forte di me. Ma quando per caso mi trovo a passarci davanti, mi soffermo a dare un’occhiata ai commessi dietro al bancone e immagino come sarebbe, riuscire a vedere mio padre, indaffarato nel servire cappuccini e deliziose paste. Non manca giorno in cui non pensi ai miei genitori e a quanto sarebbe stato bello, se invece di servire in un bar o dirigerlo, lo avessero semplicemente vissuto. Aprire un bar, un qualcosa che abbia il profumo del caffè ma anche quello della famiglia. Da qualche anno, sempre più spesso, stavo pensando all’idea di aprirne uno e costantemente solleticavo la mia immaginazione nel trovare un nome. Cercavo qualcosa legato alla mia infanzia, qualcosa a cui tenessi e che emanasse quella fragranza familiare. Quella di acqua e sapone della tinozza del cortile dietro casa, dove mia madre mi faceva il bagno, delle risate leggere e di fiori di campo appena raccolti. L’erba appena tagliata assieme a mio padre e dei calci al tosaerba per farlo ripartire. Le nostre indimenticabili passeggiate sotto le stelle, una delle quali papà, mi raccontò di come fosse riuscito ad incontrarne una. Ne lodò la bellezza, la luminosità e infine ridendo, aggiunse che non sapendo come fare per acchiapparla, le versò sopra del caffè. Ovviamente stava parlando di Stella mia madre e per quanto banale possa sembrare ad un adulto, agli occhi di una bambina, questa storia così magica, non poteva che significare l’essere nata veramente da una stella. Forse la risposta più semplice avrebbe potuto nascondersi nei nomi dei miei genitori, ma non riuscivo proprio a vederla.

Ancora una volta, catturata da quella splendida città, mi ero persa nei ricordi più belli e lontani. Con un velo di malinconia, senza accorgermene, avevo iniziato a cantare quella dolce melodia in lingua sconosciuta, di cui non sapevo il significato, ma che sembrava voler sussurrare al mio cuore di non piangere, tutto sarebbe andato bene.
Poi con la coda dell’occhio notai qualcosa, qualcuno. Mi voltai e sulla mia sinistra a qualche metro di distanza, su quello stesso balcone, notai esserci una persona. In pochi secondi tornò l’estate e questa volta, non per merito dell’alcool, ma per l’enorme, immenso, smisurato imbarazzo. Ormai nelle mie vene, circolava sangue puro al cinquanta per cento e il cervello, iniziava a ritrovare quella razionalità e coscienza, che avevo volentieri calpestato per la maggior parte della serata. Quando anche l’ultima nota uscita dalle mie labbra, si raffreddò nell’aria, lui si girò. Capelli neri come la notte, luminosi occhi a mandorla e una sigaretta tra le labbra. Ci fissammo per qualche secondo di troppo e senza dire nulla, abbassò lievemente la testa verso di me, poi si girò e tornò a guardare la città aspirando lentamente la sigaretta. A quanto pare, il mio karma negativo per sbaglio, aveva sparato una cartuccia a salve, buon per me. Tirai finalmente il sospiro di sollievo lasciato in standby e mi sedetti sulla spaziosa balaustra di marmo. Rannicchiai le ginocchia al petto, avvolgendole con le braccia per scaldarmi un poco.
Il vento, come dicono, non ha orecchie e il ragazzo straniero pur avendole, potrebbe sentirmi, ma non capire; il restante cinquanta per cento di alcool, che stava girando liberamente da qualche parte nel mio corpo, stirò ogni piega facendomi afferrare il filo logico del discorso e fu così, che a bassa voce , mi ritrovai a parlare con me stessa.
«Eccomi qui, nel mio bel vestito di marca noleggiato per l’occasione. Per tutta la sera ho portato ai piedi questa specie di tortura legalizzata per cui le donne vanno matte; sia chiaro non io. E arrivati alla fine della serata, non sono nemmeno riuscita a trovare niente e nessuno, per cui possa essere valsa la pena sopportare tutto questo.» Dissi tutto d’un fiato.
«Stavolta, mi sono davvero superata! Tornata a casa, riuscirò sicuramente a spuntare parecchie cose dalla lista “da non fare mai nella vita”, che abbiamo appeso nella nostra cucina. Jeff sarà fiero di me!»
Appoggiai la testa sulle ginocchia e dando il permesso d’uscita, all’ultimo sospiro della giornata, finalmente mi rilassai. Ora, non c’era davvero più nulla da dire perché era già stato tutto pensato e detto, senza censure.
Ad un certo punto, sentii la musica in sala affievolirsi e l’antipatica voce robotica del “talentuoso” DJ, invitare gli ospiti a riunirsi in pista, per un brevissimo annuncio. Uno di quelli che quando partono con quella premessa, risultano essere tutt’altro che corti. Tutto avrei voluto che rientrare dentro a quella bolgia di ricchi, odiosi e snob, ma era una cosa che andava fatta, l’ultimo sforzo per mantenere la facciata, di quello che avrebbe dovuto essere puro e semplice menefreghismo. Scesi entrambe le gambe e saggiai nuovamente il mio equilibrio, con passi sicuri raggiunsi il comodo divano su cui avevo ripreso i sensi mezz’ora prima, raccolsi le scarpe e con riluttanza le indossai.
«Tu non entri? Non vorrai mica perderti il discorso del secolo?» dissi con tono sarcastico che chiunque, anche uno straniero non avrebbe potuto fraintendere.
Lui non sembro sentirmi, rimase immobile come l’avevo lasciato. Scossi la testa e con un battito di spalle mi voltai verso l’enorme vetrata, aprii lievemente la porta ma subito l’accostai delicatamente.
«Credo stia per arrivare un temporale.» Sussurrai allungando una mano per saggiare l’aria.
Sembrò non sentirmi così, aprii nuovamente la porta e ora con più decisione entrai.

3

Prima non avrei potuto notarlo ma, il pavimento di quella sala immensa era completamente in marmo bianco. Così liscio e levigato, quasi riusciva a riflettermi. Un silenzio surreale, simile a quello del sogno, rendeva l’atmosfera carica di aspettativa. Per qualche motivo mi sentivo in ansia, e il fatto che riuscissi ad ascoltare solo il suono delle mie scarpe e il battito martellante del cuore, non andava ad alleggerire, l’elettricità del momento. Mi fermai vicino al bar, dove il tacchettio snervante, che mi aveva accompagnata in ogni singolo passo, finalmente cessò. Jeff mi posò una mano sulla spalla, come se silenziosamente volesse rassicurarmi della sua presenza e mentre lo scandire dei secondi riprendeva una velocità sopportabile, un cameriere iniziò a distribuire i calici colmi di champagne. Calò la luce in sala e un occhio di bue illuminò il centro del palco. Dove prima si trovava il Dj adesso, era stato allestito un delizioso tavolino ricco di pizzi e merletti, con un grande fiocco azzurro appuntato sul davanti. Probabilmente c’era lo zampino di Loren, la mia amica, che andava pazza per quello stile d’epoca Vittoriana. Con altrettanti vestiti sfarzosi, come se fossero usciti da un film dell’ottocento, Dave e Loren, mano nella mano, fecero la loro comparsa sul piccolo palco. Erano mesi che non la vedevo, sebbene l’avessi sentita qualche volta al telefono per il quieto vivere; il suo ovviamente, non il mio. Il vestito che avrebbe sempre voluto indossare, le sarebbe stato divinamente se non fosse stato per quei chili di troppo. Evidentemente come dicono, quando si sta con lo stesso uomo per troppo tempo, ci si inizia a trascurare e ad eccedere con il cibo. In questo caso, che la diceria le calzasse a pennello, non mi dispiaceva affatto. E mentre coprendomi con la coppetta di spumante, sogghignavo con poco contegno lo ammetto, un gesto di Loren in un millesimo di secondo, cambiò tutto. Il quadro che avevo davanti, capovolgendosi, fece intravvedere un significato meno idiota e banale che il critico d’arte in me, aveva avuto fretta di deridere. Dolcemente, mentre con la destra stringeva saldamente la mano di lui, l’altra si posò su quella rotondità troppo lineare.

«Grazie a tutti per essere qui stasera! Adesso dopo tutto questo divertimento, è il momento delle cose serie!» Disse Dave schiarendosi la gola.
«In realtà, ho due annunci davvero importanti da fare, e dato sappiate fin troppo bene, quanto odi parlare in pubblico, la proposta non sarà ripetibile.»
Con quel perfetto sorriso che anni prima mi aveva fatta innamorare di lui, accompagnò Loren a sedersi sulla sedia vicino al tavolo, con l’occhio di bue che ancora li inquadrava. La luce si colorò d’azzurro tenue; Dave s’inginocchiò e parlò tenendole la mano.
«Sono uno che ha sempre desiderato tutto nella vita, e per quanti sbagli abbia fatto, per quante mi dispiaccia aver ferito alcune persone, quello che ora ho davanti, è davvero quel tutto che ho sempre desiderato. Presto saremo in tre, non potrei chiedere di più. Io voglio te, voglio noi, per sempre.» Poi vedendo le lacrime di lei, baciò le sue mani e gliele distese sul ventre. Lei a sua volta, posò un baciò sulla fronte di lui e con voce tremante, finalmente disse sì.
Urla, applausi, tutta quella felicità da me non condivisa, sovrastò il suono del mio bicchiere andato in frantumi e mentre sentivo le forze abbandonarmi e la mano di Jeff cercare di trattenermi, io ormai non ero più lì. Superato l’ingresso, mi trovai in strada.

Fuori era buio. Le luci natalizie erano davvero lontane dal bellissimo attico in periferia, in cui abitava Loren. Camminavo con passo mal fermo verso la fermata dell’autobus, sperando di riuscire a prendere l’ultima corsa serale. I piedi mi facevano male e in testa continuava a scorrermi, come un film in bianco e nero la scena del brindisi. Ero triste, arrabbiata, disperata, delusa. Provavo troppe emozioni che non andavano bene mescolate assieme e così l’unica cosa che restò, fu una voragine interiore che divorò tutto. Di colpo mi rannicchiai a terra, non curante di chi o cosa avessi intorno, completamente assorbita dal quel buco nero che si era creato. Rimasi in silenzio, quasi senza fiato, dopo di che iniziò a piovere. Ero in strada nel bel mezzo del nulla e non mi stavo minimamente riprendendo. L’unica cosa che avrei voluto in quel momento sarebbe stato sparire, perché la pioggia non sarebbe mai riuscita a lavare via tutto quel dolore, tutto quel vuoto. Sentivo quell’acqua avida colare sui capelli, sul dannato vestito, che in chissà in quali condizioni avrei riportato al negozio. Le labbra tremavano quasi con volontà propria e quando scese la prima lacrima di rassegnazione e sconfitta, rivolsi il viso verso il cielo sperando potesse confondersi con la pioggia. Inaspettatamente però non accade. Sul volto teso in aspettativa non calò una goccia di pioggia, sebbene tutt’attorno si sentisse il suo tintinnare. Qualche secondo per elaborare i pensieri, poi aprii gli occhi e lo vidi. Un grande ombrello rosso aperto sopra di me, una chiazza di colore che stava illuminando quella notte senza stelle. Un ragazzo privandosene, lo stava tenendo sopra di me affinché non mi bagnassi. Io, lo guardai con stupore e senso di familiarità. Lui in risposta, allungò gentilmente una mano.
«Vedo che ti si è rotto un tacco. Su, sali.»
Presi la sua mano e quando fui in piedi, mi fece togliere le scarpe, s’inginocchiò e fece salire sulla sua schiena. Può sembrar strano lo so, ma sentivo di potermi fidare; così senza dire nulla, gli incrociai delicatamente le braccia intorno al collo e chiusi gli occhi. Da quel contatto un senso di pace e serenità, si trasmise ad ogni cellula del mio corpo.
«Scusa, sarò pesante…» Gli sussurrai all’orecchio.
Il ragazzo scosse lievemente la testa e prendendomi più saldamente su di se, sentii nella sua voce un sorriso.
«Ci sono abituato, tranquilla.»
C’era qualcosa nel suo modo di parlare, qualcosa di famigliare e per certi versi curioso e nuovo. Ripensai alla sua frase e capii che ciò che si nascondeva sotto a quella sensazione di curiosità, era nient’altro che il suo accento; sicuramente si trattava di uno straniero. Guardai i suoi vestiti illuminati dal lampione, sotto il quale eravamo appena passati e notai che ciò su cui stavo comodamente appoggiata, era lo stesso cappotto nero che avevo visto mezz’ora prima sulla terrazza.
«Forse pensi di averlo capito, ma ancora non ricordi chi io sia.» Disse lui sfumando la frase con una tristezza particolare, vecchia e rassegnata.
Stavo per parlare e dire che “Sì lo so chi sei, sei il ragazzo della terrazza, che mi ha vista ridere, cantare e piangere da sola come una scema” , ma poi mi bloccai. In quel pensiero così precipitoso, c’era qualcosa di sbagliato, eppure non sapevo spiegarmene il perché. Chiusi la bocca con la frase già compiuta all’interno, mi accostai nuovamente al cappotto e mi concessi un attimo per riflettere; come se quella sera non avessi pensato abbastanza. Inspirai intensamente e un profumo tinto dalle note di quella tristezza vecchia e rassegnata, fece riaffiorare qualcosa. C’era un piccolo tesoro nascosto in fondo alla mia mente, che sembrava non volersi aprire e il ragazzo, come se fosse riuscito a seguire il filo sconnesso dei miei pensieri, mi diede la chiave per aprirlo. Iniziò a cantare proprio la stessa melodia, quelle parole che ancora non riuscivo a spiegarmi di sapere, in quella lingua sconosciuta che non avevo mai sentito. Ma era davvero così? No, c’era qualcosa di molto più importante che avevo finito per dimenticare.
«hìdeto…»
Solo quando pronunciai quel nome, con tono soffocato, quasi incredulo, solo allora me ne accorsi, stavo piangendo.
«Tanto tempo fa, ho finito per dimenticare qualcosa di molto importante ma anche molto dolorosa vero?»
Dissi continuando ad abbracciarlo e a sussurrare il suo nome, come se il suono di quelle lettere mi mancasse da secoli.
Hìdeto mi fece scendere dalla sua schiena, si girò e strinse forte a se come fossi qualcosa che avesse sempre voluto ma troppo lontano per poter essere afferrato. Al sicuro tra quelle braccia che solo allora capii quanto mi fossero mancate, fu allora che ricordai tutto.

Era inverno e nevicava così tanto che lungo la strada era sparito ogni colore. C’era stato quel terribile incidente in macchina, quello in cui i miei genitori persero la vita. Solo io mi salvai, perché mia madre riuscì ad aprire la porta del passeggero, prima che l’auto prendesse fuoco. Un passante accorso in nostro aiuto, fece appena in tempo a prelevarmi dall’abitacolo e portarmi in salvo, poi l’incendio si sviluppò e i soccorsi furono inutili. Il giovane, proprio come adesso, mi aveva issata prontamente sulla schiena e portata velocemente in ospedale dove subii un delicato intervento alla testa. L’operazione andò a buon fine, ma i medici dissero che vista la delicatezza della zona su cui erano intervenuti, non sarebbe stato da escludere il verificarsi di danni collaterali, come eventuali perdite di memoria. Nei giorni seguenti, scoprii che la persona che mi aveva salvata, era un ragazzo straniero, di qualche anno più grande. Non parlava la mia lingua, ma quasi ogni giorno veniva a trovarmi in ospedale e faceva compagnia per infinite ore. Seppur la conversazione non fosse delle più complesse, con il tempo iniziai a confidarmi e a condividere con lui la mia sofferenza. Lui al contrario a regalarmi semplici e magici racconti sul suo paese. Fu proprio uno di quei giorni, durante la mia convalescenza fisica, ma soprattutto mentale, che iniziò a cantarmi quella canzone, in uno strano dialetto giapponese.
“Ognuno, prima o poi, riuscirà a trovare la persona che cerca. Il dolore provato prima di quell’incontro, si tramuterà in vento di fortuna, che vi accompagnerà nella realizzazione dei vostri sogni.”, così diceva.

Accadde verso la fine del secondo mese, capii la verità dei sentimenti provati per lui. Non era più la gratitudine dei primi giorni, la simpatia delle successive settimane; si trattava dell’amore di una vita.
Il primo giorno di primavera, decidemmo di andare a fare un picnic, al parco vicino l’ospedale. Hìdeto mi aveva talmente parlato della loro usanza di andare ad ammirare la fioritura dei ciliegi, che affascinata mi ero lasciata convincere ad uscire. Vista l’occasione di un quasi appuntamento, in modo che rimanesse sorpreso dal vestito che avrei indossato, decisi così, che ci saremmo incontrati direttamente sul posto.
Dimessa dall’ospedale, con indosso lo Yukata regalatomi dalle infermiere di reparto, non curante degli sguardi curiosi e di scherno dei passanti, mi avviai verso i luogo dell’incontro. Su quel bellissimo abito tradizionale di un rosso vivo, erano state dipinte sinuose carpe d’orate e flessuose acque. Felice ed eccitata, sapevo che sarebbe stato quel giorno, quello perfetto per mettere alla luce i miei veri sentimenti. Il vestito, il tepore del sole sulla pelle e i graziosi petali di ciliegio che da soli andavano ad intrecciarsi tra i capelli, era tutto perfetto. Arrivata, ti vidi in piedi sotto l’orologio del parco e quando alzando gli occhi riuscii ad attirare il tuo sguardo su di me, vidi appena la curva del tuo sorriso, poi senza preavviso piombai nel buio.

«Ti portai di corsa in ospedale e dopo la TAC mi confermarono che si fosse trattato di una ricaduta. I medici, non sapevano dirlo con precisione, ma guardando i risultati degli esami, dissero che poteva esserci stata una piccola perdita di memoria. Non riuscivo a crederlo, ma quando riprendesti i sensi e il dottore ti visitò nuovamente, io entrai con lui e allora non mi riconoscesti. Perdita di memoria selettiva. Avevi rimosso ogni cosa o persona collegata all’incidente in auto con i tuoi genitori. A quanto pare poteva trattarsi di una cosa permanente ma, sebbene tutti mi dicessero il contrario, di non farmi illusioni, non ho mai peso la speranza. Fino adesso, mi è bastato guardarti da lontano, aiutandoti quando fosse possibile. Anche quando “quello” ha preso il posto che più desideravo, quello al tuo fianco, sono rimasto a guardare come uno sciocco, sperando potesse renderti felice. Ma in questo ultimo mese, vedendo come sia andata a finire, vedendo la tua sofferenza, ho voluto uscire dall’ombra in cui mi ero rilegato e raggiungerti. Ti chiedo scusa per averti fatto ricordare tutto questo, in fondo, non sono altro che un’egoista.» Concluse infine con tono affranto stringendo i pugni contro la mia schiena.
Lo guardai con occhi dolenti ma brillanti, lo guardai con gli occhi che per molto tempo non l’avevano potuto vedere. Assaporai così i contorni familiari dei suoi zigomi alti, del suo naso e di quegli splendidi occhi color nocciola. Allungai una mano tremante verso la sua guancia e sulle punte dei piedi, a un passo dalle sue labbra gli sussurrai. «Finalmente ti ho ritrovato, mio prezioso egoista. Ai shite iru, ti amo.»

Epilogo

Due anni dopo, una ragazza e un ragazzo, aprono assieme un piccolo bar in Giappone. Ancora non lo sanno, ma presto noto soprattutto per la sua atmosfera, diventerà così famoso, dal riuscire ad aprire filiali in tutto il mondo. Questa peró, è un’altra storia.
Quella piccola bambina, si fece strada nella vita riuscendo a realizzare i suoi sogni. In fondo, era figlia di un Stella.

– The End –

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