Il vuoto

L’orologio al polso, fotografie, anziani che dall’aspetto o movenze, ricordano quella quotidianità ormai lontana. E’ passato già un anno, eppure il dolore e i ricordi sono così vividi, quasi palpabili. Sono stata cresciuta da mia madre e dai nonni materni per anni. Mi hanno insegnato a parlare, fare i primi passi, a rialzarmi dalle brutte cadute. Ho ricevuto così tanto e ora, mi sembra  di aver dato così poco. Mi hanno insegnato quasi tutto quello che so, ma non come superare il dolore di una perdita.
Adesso in questa grande casa ci siamo solo io, mia madre il paffuto gattone che mi fa compagnia da quasi dieci anni. Passato un anno, ancora non sono riuscita a trovare soluzione. Sono scappata lontano dove le grandi ali di un areo e le mie gambe mi hanno portata, ho pianto, mangiato e urlato dentro eppure no, il dolore è sempre lì. Dietro quella piccola porta. Basta poco: un profumo, un gesto per sentire il bussare di quei ricordi che ti fanno sorridere ma rendono tutto più difficile. Mio nonno se n’è andato eppure ancora non voglio crederci, non riesco ad accettarlo. Era una figura imponente, autoritaria che ho amato e odiato allo stesso tempo ma che ora, farei di tutto per riavere accanto. Le grandi mani che riuscivano a coprire entrambe le mie senza fatica, gli occhi chiari curvati in un sorriso, accigliati mentre mi vedevano leggere fumetti o davanti al computer. Pur avendo avuto le nostre infinite liti, pur sapendo che in fondo non mi capisse appieno, so che tutto fosse questione dell’essere nati in generazioni troppo diverse. Avevamo cognomi diversi eppure, nel carattere eravamo così simili; nessuno di noi infatti, l’avrebbe mai data vinta all’altro.  Un nonno un pò padre, ma che non potevo chiamare così, mio nonno che ancora non riesco a lasciare andare.

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