大切なこと、大切な物 ~ Cose importanti

Certo che le persone hanno davvero tanti capelli. Ovunque guardi ne vedo sempre tanti. Guardo la tivu e ci sono, vado alla bottega della signora che mi regala la focaccina e ci sono,  al mare, in montagna, sono dappertutto. Bimbe, ragazze, signore, anziane tutte con una quantità di capelli davvero notevole. I capelli mi fanno sempre un po’ ridere, per questo mi diverto a guardarli. A seconda della stagione cambiano di colore, taglio e acconciatura. Quando va il rosso, quando il viola, quando il nero abbinato a ciocche super colorate. E l’altro giorno per sbaglio ho scambiato una ragazza per una vecchietta, si è arrabbiata moltissimo ma quando si è girata mi ha subito perdonato. E’ bello essere piccini! E poi aveva i capelli bianchi, l’errore ci poteva stare no? Mia mamma dice sempre che non devo fissare le persone eppure loro mi fissano sempre. Forse è una cosa da grandi ma a me sembra proprio una gran cavolata. Mi piace guardare gli adulti, sembrano non avere paura di niente, sanno sempre cosa dire e cosa fare e poi sanno raccontare un sacco di favole!

«Ciao piccola, posso fare qualcosa per te?»
La madre al bancone tutta presa dalla conversazione con la commessa si girò.
«Signora, la scusi!»
Disse la donna con quel sincero rammarico nella voce che solo pochi al giorno d’oggi concedono.
«Mia figlia ha la brutta abitudine di fissare le persone. Nonostante le dica di non farlo, non c’è proprio niente da fare. Ma si sa, a quest’età per i bambini, i “no” sono sempre dei “sì” e, non so davvero come scusarmi»
Continuò, con quell’accento inconfondibile e qualche inchino di troppo. Nonostante parlasse così bene, le “R” ancora le creavano difficoltà.
«Eve! Quante volte ti ho detto che non devi fissare le persone? Su da brava che la mamma sta parlando con quella signorina la di una cosa bella che la mamma ti vuole regalare »  Le mise così in mano un piccolo libricino colorato per tenerla impegnata e poi volò nuovamente al bancone a parlare animatamente con la graziosa commessa.

Quanto pensate mai che possa aver intrattenuto la piccola Eve quel piccolo e straletto libretto? Nel giro di un nanosecondo, se ne stava con il nasino rosa allinsù ad osservare di nuovo la signora seduta sul divanetto di fianco al suo.
La signora non era infastidita, e sebbene fosse molto presa dagli scoop bollenti di
“Kiss me Know”, proprio mentre stava pregando che la foto successiva non ritraesse, il vociferato outing del suo attore preferito non resistette. Abbassò la rivista e da sopra spessi occhiali da lettura, contraccambiò lo sguardo curioso della piccola.
«Allora, Eve vero? Dimmi un po’ sono così interessante da osservare? Non lo sarebbe di più quel bel libricino che tieni in mano? Sicuramente è pieno zeppo di storie!»
«Certo che è zeppo di storie! Ma il libro riesce a parlare solo con la mia mamma a me non dice mai nulla, fa solo vedere i soliti disegni e ormai li conosco a memoria» rispose la piccola, come se la domanda fosse stata tanta sciocca come l’ovvietà della risposta.
La donna sorpresa accennò un sorriso e disse: «Capisco, non riesci ancora a parlare con i libri è? Anche a me succedeva alla tua età sai?» e aggiunse «Però se devo essere sincera pensandoci adesso, si fa meno fatica se a parlarci sono gli altri per poi farti sapere cosa dicono o no?!» La bimba con occhi carichi di complicità annuì accompagnando il tutto con un caloroso sorriso. La donna poi, tornò di nuovo a perdersi tra le pagine della sua rivista, con mal celata paura e aspettativa.
Sta ancora guardando quel libro con tante scritte e foto di persone che si fanno le coccole, ma non mi sembra che le piaccia molto. Adesso sembra molto triste. Un libro di favole davvero strano, forse dovrei prestarle il mio, pensò Eve. Ma la bimba era troppo gelosa del suo libro preferito e in fondo quella signora per quanto fosse simpatica, non la conosceva poi così bene. Così, come se la ramanzina della madre che ancora le risuonava nelle orecchie le facesse da incitamento, continuò a fissare la signora e questa volta esibendo un sorriso da ben 10 punti, come lo chiamava il nonno quando la vedeva particolramente contenta.

«Signora, anche tu sei speciale come me vero?»
Stupita dall’insolita domanda, con le lacrime agli occhi per l’aver scoperto quanto fosse decisamente poco etero il protagonista delle sue telenovela preferite, la guardò.
«Mm…speciale dici tu? Ma, mi reputo una persona abbastanza comune, forse fissata con le soap ma per il resto nella norma! E tu? A quanto mi dici sei speciale?» disse chiudendo bruscamente la rivista e mandando contemporaneamente al diavolo le sue fantasie romantiche sugli uomini del cinema.
«Soap, ti piacciono i saponi? A me piacciono quelli a forma di animale, mia mamma me li compra sempre quando andiamo da quella signora che vende tante erbe e profumi! Ma no dicevo che sei speciale come me perchè anche tu non hai questi» Disse toccandosi la testa candida e morbida.
«Sai signora la mia mamma dice sempre che le persone come me e te  sono davvero, davvero molto speciali! Qualche tempo fa le ho chiesto come mai non ho quello che hanno tutti gli altri, e lei si è messa a piangere. Aveva già pianto altre volte quando vedeva che guardavo le altre bambine ma non capivo perchè così mi sono fatta coraggio e gliel’ho chiesto, ho detto: “mamma, c’è qualcosa che non va in me? Perchè non ho quelle cose belle sulla testa che hanno tutte le mie amiche?” e lei in un secondo ha fatto mille espressioni diverse, ma tutte bellissime, mi ha sorriso, abbracciata e stretta forte forte a se dicendo che sono una persona speciale, che le persone senza capelli sono quelle più fortunate perchè possono scegliersi i capelli che vogliono, quando vogliono senza dover pagare il parrucchiere! Non è incredibile? Siamo davvero persone fortunate sai? Quando uno ha i capelli ricci, li vuole lisci, quando li ha lisci li vuole ricci. La mamma dice che le persone che hanno qualcosa non riescono mai ad apprezzarla davvero. Noi invece siamo speciali perchè non avendo quel qualcosa che tutti danno per scontato di avere, ne apprezziamo il desiderio fino in fondo.»
Disse sgambettando da sopra il divanetto troppo comodo e troppo alto.
«Oggi è il mio compleanno, faccio dieci anni. Finalmente sono potuta venire nel negozio della fatina dei capelli, finalmente, dice ridendo la mia mamma “la finirai di guardare le altre persone è?” ma io non credo, sà sono troppo buffe da osservare»

L’alopecia areata, parziale o addirittura totale colpisce il 20% dei bambini, quella androgenetica il 40% delle donne. E’ una malattia che può colpire ogni fascia di età, sia adolescenti che donne adulte. Viene spesso sottovalutata o minimizzata ma comporta nel soggetto, importanti, gravi casi di depressione.Artist: Fujiremi
Perdere i capelli per una donna è come perdere parte della propria femminilità, è come morire dentro poco a poco. Ci vuole comprensione, solidarietà e un appoggio reale e fermo che le aiuti a combattere, superare le proprie paure. Nessuno può sapere quanto doloroso possa essere, a quale sconvolgimento psicologio possa portare. Nessuno che non ci sia passato può farlo per cui, non sminuitelo, non deridetelo. Se non volete capirlo semplicemente accettatelo. Se amate le persone affette da questa patologia, allungate la vostra vano verso di loro e fate sì che imparino ad amarsi di nuovo.
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Neve che scioglie il Sale

Artist: Koyo

“A tutte le persone che hanno creduto alle Favole.
A tutte le persone che anche nella vita vera, si aspettano il lieto fine”

Un suono lungo, piatto e vuoto.
Voci, tante voci, frenetiche e chiassose poi più nulla, tutto scompare.

* * *

Gli occhi chiusi affinano i sensi.
Il tepore del sole sulla pelle, il frinire delle cicale.
Nell’aria profumo di fieno e di estate.
Yukie aprì gli occhi ma lentamente, per non lasciare scivolare via neanche una di quelle sensazioni. Un cielo limpido senza nuvole, azzurro come il mare in settembre. Allungò le braccia come se volesse stiracchiarsi ma il realtà voleva accarezzare le spighe selvatiche. Toccarle la faceva sorridere anche se l’espressione più corretta sarebbe dire le facessero il solletico, come la correggeva sempre il nonno. Nonostante fosse nata in estate, il suo nome richiamava la neve. Sua madre si aspettava di averla i primi di Novembre, ma a quanto pare la piccola aveva fretta di vedere il mondo e quindi un caldo pomeriggio d’Agosto, in un bellissimo prato di spighe e papaveri,  diversamente da quanto era già stato programmato, nacque. Come ho detto, aveva fretta.

Raggiunto il limite massimo oltre cui non poteva che scoppiare a ridere, si mise a sedere e di scatto alzandosi in piedi, forse un pò troppo velocemente, perchè la testa iniziò a girarle, guardò tutto ciò che aveva attorno. Amava il suo piccolo paesino, perchè al suo interno c’era tutto quello che potesse desiderare e forse in fondo, anche lui a sua volta un pò l’amava. Guardando la strada poi, notò qualcosa d’insolito. Un ragazzo a testa bassa stava camminando tranquillamente in mezzo alla strada come se le macchine e soprattutto i trattori per lui non esistessero. Ne stava arrivando uno proprio in quel momento, Yukie lo poteva vedere. Di un rosso fiammante, andava a tutta velocità e in un paio di minuti, sarebbe sbucato da dietro la curva. Di colpo sbiancò. Corse, corse come non aveva mai fatto in tutta la sua vita, ma purtroppo sapeva di essere troppo lontana e che il ragazzo se ne sarebbe accorto tardi. Chiuse forte gli occhi, un pò per lo sforzo un pò per paura e con un ultimo salto inaspettatamente urtò violentemente qualcosa cadendo a terra. Ovviamente era atterrata di faccia. Come dice sempre sua madre, le mani per lei sono un optional e nei momenti di bisogno, finiscono sempre nei posti più impensanti. In quel momento? Stavano stringendo qualcosa di soffice e caldo.
«Adesso, potresti anche allentare la presa non credi?»
Lei alzò lo sguardo e notò che come aveva immaginato, ciò che stava stringendo erano proprio delle guance. E il trattore dov’era finito? Eccolo là, era già quasi arrivato in paese, ma come poteva non essersi accorto di nulla?

Il ragazzo che di sconvolto aveva sia il viso che i vestiti, si stava massagiando la testa, sulla quale anche lui doveva essere atterrato. Non era né bello né brutto, un ragazzo normale o così pensò finchè i loro occhi non s’incrociarono. Erano di un verde intenso, così profondi e la tristezza che si lasciava intravvedere dietro di essi la percepì ancora più forte quando lui la guardò per davvero.
«Come ti chiami?» chiese lui con un filo di voce, probabilmente ancora sotto shock. Lei non disse nulla, rimase in silenzio a fissarlo. Per un attimo le era sembrato di aver già visto quel ragazzo, ma poi facendo scivolare quel pensiero da un lato, rispose sorridendo. «Yukie, il mio nome è Yukie».
Lui la ringraziò, anche se le sue parole sembravano un pò vuote di sentimento, distaccate, come se la mente fosse alle prese con problemi che lei non poteva arrivare a comprendere. Forse gli stessi che lo avevano condotto dietro quella curva noncurante del pericolo. Yukie gli disse di tenere gli occhi bene aperti mentre tornava a casa, lui in risposta, semplicemente mosse il capo in segno d’assenso. Ancora non sapeva che le loro strade si sarebbero incrociate ancora, lei e quel ragazzo di cui ancora non sapeva il nome.

***

Il tempo passò in modo strano, discontinuo. Spesso s’accorgeva del passare da mattina a pomeriggio con un battito di ciglia. Per lei il tempo non scorreva più ma correva via velocemente. Non riusciva ad acchiapparne ne l’inizio ne la fine, colpa della sua distrazione. Andava spesso in quel prato di spighe e papaveri dov’era nata, dove aveva fatto quell’incontro strano ma importante, è così che la pensava. Lo vedeva sapete? Ogni volta che usciva di casa, in qualche modo, chissà come, finiva sempre per incontrarlo. E quando cercava con tutte le sue forze di evitarlo, per non sembrare una stalker,  finiva inspiegabilmente per sbatterci addosso, nel senso fisico del termine. Aveva perso il conto di tutte le volte che fosse successo, ma quel pomeriggio sembrava fortunata visto che ancora non era successo nulla di imbarazzante. Così decise di starsene tranquilla, si stese nel suo prato, sotto quel sole tiepido e familiare. Se lei non si fosse mossa questa volta, l’avrebbe fatta in barba al caso, quello che continuava a seguirla e farla arrivare sempre davanti a quella porta così cupa ma di un verde intenso e bello. Con gli occhi chiusi mordicchiando una spiga impertinente che l’aveva punta a tradimento proprio sotto il piede che nudo stava perlustrando distrattamente i dintorni, il sole si oscurò. E doveva trattarsi di una grande nuvola perchè non accennava proprio ad andarsene.
«Vedo che mi hai trovato anche oggi!»
Disse una voce che non conosceva, o forse sì?
Aprendo gli occhi notò che la nuvola non era altri che il misterioso ragazzo. Il viso sopra di lei a un palmo di distanza, i capelli lunghi le facevano il solletico.
«Quando mi sono stesa qui tu non c’eri ne sono sicura. Oggi credo proprio sia avvenuto il contrario»
«Forse è come dici tu, o forse no. Forse mi hai pensato ed io sono comparso magicamente» disse con un sorriso che i suoi occhi confermavano in sincerià e sentimento. Rimanendo in silenzio continuarono a guardarsi l’un l’altra, con intensità, come se in quello sguardo si stessero sciogliendo e intrecciando misteri e promesse.
«E quindi, adesso che si fa?» chiese Yukie schiudendo infine le labbra.
«Adesso si balla» rispose lui porgendole la mano.

Sembrava che stessero danzando su una vera pista da ballo, proprio come quelle delle fiabe e non più su quel prato così familiare. Immaginò così una cosa che mai in vita sua aveva avuto occasione di fare. Si immaginò con in dosso un vestito lungo, bellissimo, bianco come la neve nel suo inverno più rigido. Un vestito da principessa che sempre aveva sognato di poter indossare. Per una volta, voleva apparire davvero bella per qualcuno e magari avere il suo lieto fine come succede sempre nelle favole. Danzarono tutte le musiche, tutte le note che quell’orchestra inesistente continuava a suonare per loro. I minuti divennero ore, le ore giorni finchè quel sentimento ormai nato e indissolubile lego al mignolo d’entrabi il filo rosso del destino. C’è chi pensa che questo particolare filo parta da un punto preciso della nostra vita per legarsi alla fine della vita dall’altra persona e chi più romanticamente, pensa che sia lì dalla nostra nascita. Lega cuore e anima con del filo rosso vermiglio, sottile e  invisibile all’occhio di chi non sa guardare.

***

Gli anni passarono, eppure a Yukie sembrava ieri di salvare il suo lui dalla curva dietro la piccola collineta vicino casa. Com’è facile intuire i due si erano felicimente sposati ormai da 55 anni, nozze smeraldo. Ma il tempo come sempre le sfuggiva, e spesso non riusciva a ricordarsi molte cose. Aveva quasi 76 anni, probabilmente era più normale  adesso di quando le accadeva da giovane. Ma lei sapeva, sempre in qualsiasi momento come se fosse la base di ogni suo respiro, quello profondo che arriva dall’anima, che lei era felice. Anche se la memoria vacillava non era importante, finchè lui fosse stato al suo fianco per ricordarle ogni cosa, ogni esperienza, ogni bacio, ogni sentimento. Tutto sarebbe potuto sparire, ma loro sarebbero rimasti per sempre, un punto fisso nel tempo, nel cuore.

Da qualche giorno però accusava strani mal di testa, delle voci, tant’è che credette di essersi ammalata. Vista l’età e qualche caso in famiglia non l’avrebbe escluso. Lui la rincuorava sempre, le diceva di non pensarci eppure ogni volta che accadeva in quegli occhi che avevano conservato la loro lucentezza, compariva lo spettro di quei pensieri tormentati di cui però non era mai stata resa partecipe. Sembravano pensieri carichi di paura, tensione e tristezza. Pur non pensandoci però giorno dopo giorno il fenomeno sembrava comparire sempre più spesso e le medicine non accennavano a giovarle alcun miglioramento. Così arrivò quel giorno, quello perfetto carico di novità e aspettative, che vorresti non finisse mai. Il sole splendeva alto e caldo nel cielo che azzurro come il mare in settembre, era limpido senza una nuvola. Lui l’aiutò a vestirsi, era il giorno del loro anniversario e come ogni anno avrebbero fatto un pic-nick sul prato, il solito, che immutato coservava fotografie dei loro ricordi più belli. Per lei lì era più facile ricordare.
«Adesso stenditi, riposati gli occhi sarai stanca» disse premurosamente accompagnandola con la mano mentre si stendeva sul leto di spighe che tanto amava.
«Questi anni sono stati un dono, non potrei definirli altrimenti. Ci sono stati regalati momenti che diversamente non avremmo vissuto. Non rimpiango nulla e mi sento avido quando dentro di me chiedo di più del nostro tempo, affinchè ce ne venga concesso»
Lei lo guardava e anche se era immensamente felice di quelle parole, c’era un’ombra che ne oscurava lievemente i contorni, una paura che ancora non capiva, che non era sua del tutto ma non disse nulla, semplicemente continuò a guardarlo cercando di imprimersi per sempre quel viso che negli anni era diventato il suo mondo.
«Yukie, chiudi gli occhi voglio farti un regalo» gli disse dopo avergli posto un bacio sulla fronte.
«Ora rilassati, respira e pensa a quelle voci. Io sono con te, non avere paura.»
Sentiva che per lui fosse una cosa importante, a cui teneva immensamente, così lo fece. Riusciva davvero a sentirle, all’inizio era come un brusio ma mano a mano che si concentrava si facevano più nitide e chiare. Sentì lui lievemente sciogliere la presa della mano nella sua. Le sussurrò lentamente qualcosa all’orecchio e le baciò le labbra con disperata intensità, poi tutto finì.

***

«Ragazza sulla ventina, incidente d’auto! Stava attraversando la strada quando un ubriaco assieme al figlio l’ha investita. Abbiamo continuato a praticarle il massaggio cardiaco ma il cuore non riparte!» disse l’infermiera sopra la barella continuando il massaggio.
«Presto caricate! Uno, due, tre libera!»
«Aumentate il voltaggio! Uno, due, tre libera!»
Ma la ragazza sembrava proprio non volersi svegliare. Si teneva ancora legata a quel filo, in modo disperato e con tutte le sue forze. Non voleva aprire gli occhi, perchè aveva paura, aveva l’inquietante senzazione che il suo mondo sarebbe andato in pezzi per sempre.
«Forza! Devi farcela, almeno tu! …Libera!»
«Il ragazzo….Shio..»  ma le voci tornavano a scomparire.
«Shio…ta ci ha chiesto di salvar….» sentì gridare qualcuno.
Ma quel nome, quelle parole erano così distanti, così impalpabili, un pò come l’acqua che si vaporizzata nell’aria torrida di Agosto.

***

Tutto divenne bianco.
Il tempo sembrava infinito e al contempo limitato.
Si sentiva persa e sola.
A un certo punto però si ricordò, una persona importante molto molto tempo fa, le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio prima che tutto finisse, una cosa che doveva ricordare ora in quell’esatto momento. “…tu non sei sola”.
Ecco, ora ricordava! C’era qualcuno che doveva proteggere, che se ne stava accoccolato dentro di lei. Quella certezza illuminò il bianco, tingendolo così di mille e mille colori. Ma quando aprì gli occhi, ancora non sapeva. Yukie non sapeva che il mondo in cui si era risvegliata non era lo stesso. Lui non c’era più, il suo mondo se n’era andato per sempre. In quell’incidente che li aveva coinvolti se solo il padre non fosse scappato e avesse soccorso subito il figlio probabilmente sarebbe andata in modo diverso. Erano morti nello stesso preciso momento, un momento che in realtà si era protratto per molto meno di un’ora, eppure per loro era passata una Vita intera. Lui sapeva, lo sapeva dal momento in cui lei gli era piombata addosso, lì dietro la curva. Sapeva che era colpa sua, di suo padre e vedendola l’aveva riconosciuta ma ciò che non si era aspettato, era innamorarsi di lei. Il posto più assurdo, il momento più sbagliato che avrebbe mai potuto scegliere ma non poteva farci niente.
Quel giorno quando fu lui a trovare lei distesa sul prato, gli era stato concesso un ultimo respiro di vita e lo utilizzò per lei, per poter chiedere ai medici di salvarla. La sua vita non c’era più, ma per Yukie c’era ancora speranza. Approfittando dell’occasione che danno i sogni di poter allungare spazio e tempo, decise di aprire il suo cuore, di vivere quei sentimenti, vivere con lei tutti quegli anni, che nella vita reale, altro non erano, che pochi minuti anche se sapeva che prima o poi, avrebbe dovuto lasciarla andare.

***

Yukie aprì gli occhi, ad attenderli trovò un soffitto tutto bianco.
Non c’era più il cielo azzurro, il campo di grano.
Le cicale avevano smesso di cantare già da molto tempo.
Un’infermiera dandole le spalle entrò nella stanza e avvicinandosi al letto controllò i valori, tutti stabili. Si girò verso la ragazza con un sorriso smagliante e disse:
«Piano piano ti stai riprendendo! Sia tu che il bambino state bene, non devi preoccuparti. Se tutto fila liscio nascerà a Dicembre»
«Io credo che avrà fretta di vedere il mondo» disse lei con un sorriso velato di amarezza.
«Dici?»  chiese l’infermiera contraccambiando il sorriso con gioia.
«Tua madre è appena tornata a casa a prenderti dei vestiti di ricambio, tornerà presto! Era così sorpresa tu aspettassi un bambino!» disse con un risolino come se fossero amiche da sempre e stessero parlando dei loro segreti.
«Se vuoi posso avvisare il padre, probabilmente sarà preoccupato non avendoti sentita per una settimana» le disse a sua volta con sincera preoccupazione.
Yukie rimasse in silenzio, voltò la testa verso la finestra alla sua destra, riusciva ad intravvedere il mare. Il cielo sembrava azzurro, il sole caldo, sembrava tutto uguale e invece era tutto completamente diverso.
Pensò a suo figlio, un miracolo. Pensò a quella seconda vita che avrebbe dovuto iniziare in nuovo mondo rimasto a metà e una lacrima di profondo e sincero amore, felicità e tristezza scivolò via lungo la guancia.
«Shiota, il suo nome era Shiota» rispose infine sussurrando con dolcezza.

La neve scioglie il sale.
Così Yukie, sciolse il cuore di Shiota.

Fine

雪会 (Yukie)  Neve
塩田 (Shiota) Sale

Il nonno e la bambina, sogni e felicità

Artist: TuzisakaIn cucina la bambina, seduta sulla sedia, faceva oscillare le piccole gambe, che per molto tempo non sarebbero riuscite a raggiungere il pavimento. Un foglio, colori e matita, tutto quello di cui aveva bisogno. Aveva spesso quei momenti, quelli in cui realizzava di essere una grande artista e lasciava trapelare su carta, sogni e pensieri. Anche il nonno era in cucina, buttava sale grosso nella pentola d’acqua bollente. Pasta al ragù, uno di piatti che gli riusciva meglio. Il sole faceva capolino dalla porta finestra e il vento fresco portava primavera.  Alla bambina piaceva vedere il nonno cucinare e anche se il menù era limitato, i suoi piatti erano i migliori. Alzato lo sguardo dal foglio, contava e memorizzava ogni movimento. “L’acqua bolle, sale e poi la pasta! Si gira la gallina per contare il tempo e si mescola! In fondo cucinare non è così difficile”, diceva il sorriso della bambina.
«Che hai da sorridere così?» gli chiese il nonno curioso.
«Per sorridere ci sono tanti motivi? Non basta essere felici?» disse con la bocca sorridente, a cui mancavano ancora diversi dentini. La semplicità e sincerità con cui la bambina gli rispondeva, lo sorprendeva piacevolmente ogni volta.
«Certo che una cucina ha bisogno di tanti barattoli!» disse la piccola, scrutando i misteriosi ripiani della cucina.
«Non è la cucina ad averne bisogno ma noi grandi, per conservare e trovare le cose imporanti che ci servono».
La bambina era perplessa. Non aveva mai pensato che i barattoli potessero essere una cosa così importante.
«E’ per questo che tu e la mamma non mi ci fate giocare? Perchè sono importanti?»
«Non ti ci facciamo giocare perchè tu sei importante, e potresti farti male se si rompessero»
«Ma se anche io sono importante, dovrei stare dentro un barattolo!» disse  contrariata.
Il nonno girando la pasta ridendo rispose: «Non tutte le cose importanti, possono essere conservate in un barattolo. I sorrisi, l’allegria, l’immaginazione e soprattutto le persone, non possono esserlo».
A quel punto però sul volto della bambina, iniziarono a scivolare grandi lacrime. Sembrava davvero disperata, come se quella notizia l’avesse sconvolta. Il nonno si inginocchio e le prese le mani mentre ancora singhiozzando tirava su col naso.
«E ora perchè piangi?» disse poi carezzandole la testa.
«Se nei barattoli non posso mettere tutto, allora il mio disegno è sbagliato. Ci ho messo così tanto per farlo e ora devo buttarlo». rispose stropicciandolo.
Il nonno prese il foglio e con le grandi mani lo stirò con forza. Nel disegno c’erano due grandi barattoli. Il primo sigillato con un  tappo in sughero, sull’etichetta recava la scritta “Felicità”, sull’altro al contrario non sigillato, vi si poteva leggere “Sogni”. Il disegno era quello di un bambino, eppure sembrava così carico di significato. «Il tuo disegno non è sbagliato» disse rincuorandola. «Nella fantasia dei bambini tutto diventa possibile, anche questi barattoli! Però, penso che dovresti finirlo, manca ancora un tappo no?»
Ma quando il nonno allungò il pastello azzurro verso la piccola, lei scuotendo la testa rispose: «Ma io ho finito il mio disegno. Vedi, la felicità bisogna lasciarla chiusa, in modo che possa essere conservata sempre, i sogni invece, devono essere lasciati liberi se no, non possono diventare veri».
Così come le gambe di un bambino seduto su una sedia che non riescono a toccare terra non lo rendono “piccolo”, così l’età e l’altezza di noi adulti non ci rendono autamaticamente “grandi”.

Un battito di ciglia, tutto può cambiare

La bambina dai Riccioli d'Oro

Il coniglietto di pezza guardava il cielo, che triste come lo era lui, lasciava cadere grandi lacrime fredde e insapori.
Era lì da più di un’ora, steso su quel marciapiede ruvido e sporco, dove era stato lasciato cadere senza rimpianti.
Quella bambina. Sì, quella bambina dai riccioli dorati con cui era cresciuto, era arrivata a preferire quella grande tavoletta nera, che contiene al suo interno mille e mille mondi e sul quale, basta scorrere un semplice dito. Credeva sarebbero rimasti insieme per sempre, per tutta la vita ma si sbagliava. Le cose belle, sono destinate a non durare per sempre, così come la felicità. Chi più di lui adesso poteva saperlo? Il bottoncino del suo occhietto destro sfilacciato, sul quale un randagio si era divertito e la sua spalla, dalla quale si intravvedeva un po’ d’imbottitura. Il non poter essere più utile, l’essere stato dimenticato, rendeva il suo animo pesante. Il dolore era così tanto da desiderare di non esistere più. Così in un battito di ciglia, si lasciò trascinare via.

Quella sera, il piccolo fuocherello di vita, acceso da quella bambina dai riccioli biondi, molti anni prima si spense.

Una bambina dai capelli castani con le calze rotte e gli abiti fradici, piangendo, stava barcollando in una stradina buia del centro città. La piccola s’era persa molte traverse prima, dove la madre disperata, ancora continuava a cercarla chiamando il suo nome. Il suo sbaglio più grande era stato quello di seguire le bellissime luci natalizie che decoravano le cime degli alberi e così di punto in bianco s’era trovata a raggiungere l’ultima, dove arrivata trovò ad aspettarla altro che il buio. Spaventata, senza luci di conforto, si era ritrovata lì, ad inciampare su scalini e ciottoli nascosti dall’oscurità.
Quando credette ormai che sarebbe rimasta sola per sempre, quando per un attimo lungo un battito di ciglia, pensò che avrebbe fatto di tutto per trovare qualcuno che le fosse amico, ecco che da dietro una curva i fanali di un’auto, illuminarono qualcosa, che piano piano, iniziò a brillare.  Asciugandosi gli occhi e facendosi coraggio, corse verso quel tenue bagliore, lo raggiunse e chinandosi lo guardò meglio. Era un coniglietto di pezza.
Era brutto, bagnato, sporto e rotto. Ma quell’occhietto, quel bottone dorato, brillava di una luce così bella così confortante, proprio come quella di casa. Rincuorata prese il piccolo fazzoletto di stoffa dalla tasca e lo usò per accarezzare e pulire dolcemente la fronte soffice del coniglietto.
«Anche tu ti sei perso? Da quanto tempo te ne sei stato qui sotto la pioggia? Guarda, sei tutto zuppo!»
La bocca del peluche però, era tesa in una linea priva d’emozioni. La bambina, sebbene avesse sperato in una sua risposta, non s’intristì troppo quando non la ricevette.
«Sono stata sciocca, senza pensarci troppo mi sono allontanata per seguire ciò che mi piaceva e ora ho perso la cosa più importante per me. Ma anche tu devi aver perso qualcosa d’importante, i tuoi occhi sono così tristi.» disse stringendo a se il coniglietto di pezza.
Indicando la spalla del peluche da cui usciva la soffice imbottitura bianca e il suo ginocchio sbucciato che sbucava dalle calze rotte: «Io e te, siamo davvero simili: soli e rotti. Credo proprio che dovremmo stare insieme, così forse lo saremo un po’ di meno no? Aspettiamo qui la mia mamma, ora che siamo in due sono sicura che arriverà.»

Una signora, con il cappotto rosso e i capelli neri mossi in bellissime onde, correva a perdifiato per le strade illuminate e decorate a festa, per quel Natale ormai vicino. Era la vigilia e poco prima stava acquistando gli ultimi regali da mettere sotto l’albero quando, la figlia, era improvvisamente scomparsa sotto i suoi occhi. Neanche lei sapeva come fosse potuto accadere, un’attimo prima era lì e quello dopo niente sparita nel nulla. Forse era stata distratta, troppo concentrata nello scegliere cosa fosse meglio e per chi, quale colore s’intonasse all’altro. Forse se non si fosse persa troppo nelle banalità e nei suoi pensieri, se non si fosse soffermata per un attimo a pensare quanto sarebbe stato più rilassante lo shopping da sola, come faceva quando ancora non era sposata. Forse adesso la sua bambina sarebbe ancora accanto a lei. Eppure era stato davvero solo un momento così breve, come  un battito di ciglia, in cui tutto era improvvisamente cambiato. Si pentì amaramente della sua disattenzione, con il terrore nel cuore di non riuscire più a trovare la sua piccola. Ormai aveva percorso in lungo e largo le strade, fermato passanti e chiesto ai venditore delle bancarelle se avessero visto una bimba di all’incirca sei anni, con un cappottino blu e le calze rosse, ma nessuno sembrava averla notata. Seguì la strada alberata, quella che la figlia adorava più di tutte e svoltato l’angolo, dove l’ultima luce andava col spegnersi, finalmente la trovò.

Anche la piccola che in cuor suo aveva continuato a coltivare la speranza, vedendola le corse incontro lasciandosi andare in una pianto liberatorio, questa volta di felicità.
«Mamma, mamma, finalmente ci hai trovato. Ti abbiamo aspettata tanto, ma finalmente sei qui!»
La donna con le gambe tremanti dallo stress e dalla paura provata la strinse a sé ancora più forte.
«Tesoro mio, lo sai che riesco a trovarti sempre, non importa come, ovunque tu sia, arriverò!»
Un momento per riprendere il controllo dei battiti dei loro cuori.
«Ma che cos’hai dentro al cappotto?» disse la mamma preoccupata. La bimba sorridendo, sbottonandosi, fece uscire le lunghe orecchie e il musetto peloso del coniglietto di pezza.
«Lui è un amico che ho trovato qui, aveva perso come me la cosa più importante. Gli ho detto che può venire a casa con noi. Posso portarlo vero?»
La donna, la mamma, sorridendo guardò quel fragile coniglietto accoccolato nel cappotto della figlia.
«Signor Coniglio, benvenuto in famiglia! Con un po’ di ago e filo e un bel bagno caldo, ti rimetteranno in sesto!» disse facendogli l’occhiolino.

La bambina che si era persa

La bambina e il coniglietto ormai erano al sicuro nelle braccia grandi e rassicuranti della mamma ma la piccola, prima di scivolare nel sonno, volle sussurrare ancora qualcosa nell’orecchio teso del peluche: «Ora non siamo più soli, ora ho trovato la cosa più importante che avevo perso, la mia mamma, perciò voglio che sia così anche per te, vorrei che tornassimo ad essere uguali. D’ora in poi, mi permetterai di essere, la cosa che per te è più importante?»

Questa volta, la piccola s’addormento senza poter aver l’occasione di ascoltare la sua risposta. Ma anche se fosse riuscita a rimanere sveglia, non sarebbe comunque riuscita a vedere. Quella lunga linea nera cucita sulla stoffa, quella bocca, prima nient’altro che un filo scuro senza emozioni, s’incurvò per magia in un bellissimo sorriso.

Il nonno e la bambina

La moto rossa sfrecciava.
Il suono del motore e l’odore sporco di benzina, ormai fumo grigio dietro le loro spalle. La bambina era aggrappata con una mano al sedile e con l’altra al gilè di tela, che le faceva scudo sul davanti. L’estate, nel suo periodo più bello ed intenso, regalava un paesaggio dai colori  così vivi, che lo sguardo in un battito di ciglia, avrebbe voluto catturare come in fotografia.

Il nonno e la bambina sfrecciavano lungo il litorale, mentre il mare brillante al loro fianco, giocava a nascondino tra siepi e palme della pista ciclabile. Il fresco e stuzzicante profumo di salsedine, rendeva impaziente l’arrivo alla spiaggia, alle formine con gli animali e ai castelli di sabbia.
Era la prima volta che sedeva sul sedile di dietro. Fino al giorno prima viaggiava comodamente davanti, sul pieno e robusto serbatoio del Falcone. Era un vero peccato l’essere cresciuta così tanto durante la notte, adesso non avrebbe potuto più suonare il clacson, sistemare gli specchietti e accendere lei il fanali; così pensava.

Alla bambina, piaceva molto la moto e il nonno, perché era cresciuta con loro.
Amava moltissimo anche la mamma e la nonna, ma il nonno e la moto la portavano a giocare al mare per tutto il giorno, quasi tutti i giorni; insomma tutta un’altra storia. Gli altri bambini giocavano in spiaggia con il papà e la mamma e anche a scuola erano sempre loro ad aspettarli fuori all’uscita. La piccola invece, in mezzo alla folla di giovani genitori, cercava sempre e solo, la grande mano tesa e il sorriso inconfondibile del nonno.

«Come mai viene sempre tuo nonno a prenderti?»
Le domandò un bambino un giorno.
«Perché mia mamma e la nonna sono molto impegnate!»
«E il tuo papà?»
La bambina ci pensò perplessa, nessuno le aveva mai fatto quella domanda.
«Non c’è credo, ma com’è un papà?»
Il bambino la guardò sorpreso e con aria sapiente rispose.
«Un papà è una persona importantissima! Ti tiene sempre per mano, ti dice che ti vuole bene ogni giorno,  da la buonanotte ogni sera e ti legge le favole. E’ un pò come la mamma insomma!»

Chissà perché le era venuto in mente proprio ora, nonostante la scuola fosse finita da tempo. Il bambino le aveva spiegato molto bene cosa fosse un papà però ancora non riusciva  a capire.
“Il nonno fa tutte queste cose per me, però…” disse a bassa voce, appoggiando la testa e il casco, sulla comoda schiena davanti a lei.
“Ma certo! Perché non ci ho pensato prima? Devono avergli sicuramente sbagliato il nome! Basterà cambiarlo e tutto andrà a posto no?” disse in un lampo di genio, come fosse riuscita finalmente, a colorare il disegno coi giusti colori.

«Nonno, nonno!» disse ansiosa la bambina.
«Si tesoro?» rispose con voce calda e profonda.
«Nonno, posso chiamarti papà?»

My Home, My Japan

Apro la finestra, uno spicchio di sole dietro al tetto del palazzo.
Scendo in strada, il cielo azzurro e profumo di casa.
Attraverso al semaforo che con simpatiche note mi avvisa che adesso è sicuro attraversare; lo lascio alle mie spalle sapendo che al ritorno sarà lì ad accogliermi. Mi fermo da Starbucks per deliziarmi di gentilezza, caffè e parole che mi ricordano l’Italia: ” カプチーノを ください – Un Cappuccino per favore”.
Salgo sulla metro, il viaggio verso Buddha è lungo e posso concedermi quindi, la libertà, di osservare da più vicino il paesaggio e quelle persone che stanno vivendo con me, quel mondo scintillante. Vedo case, colline, fiumi che alla mente mi riportano ai fondali dei manga che leggevo da piccola. Il sole illumina tutto e diverte nel giocare con le ombre. La mente è così limpida, rilassata perché sa di non poter desiderare altro. Ancora alcune fermate, che preferisco trascorre in piedi per dare sollievo alle gambe stanche di un anziano, che dopo un primo rifiuto ha circondato di un caldo sorriso di gratitudine e inchino la mia cordiale insistenza. Ma ecco, finalmente arrivo!
Scendo salutandolo con inchino a mia volta e percorro una nuova strada disegnata da profumo d’incenso e veloci portantine trainate da bronzei fantini. Prima di giungere a destinazione decido di concedermi un peccato di gola ed entrando in un zuccheratissimo negozio mi accorgo presto che, ad essere squisite non siano soltanto i dolci, ma anche la gentilezza con cui vengo accolta:
“いらっしゃいませー – Benvenuti”.
Percorro le ultime miglia grazie al sapore rigenerativo di quei dolcetti che in realtà, si sono rivelati essere i miei preferiti, quelli che in poco tempo, ho imparato ad amare: gli azuki. Adesso sono alla grande entrata, per purificarmi  bagno le mani delle quali per qualche secondo sono invidiosa per poter fuggire dall’arsura incalzante. Svoltato l’angolo, un’occhiata verso il tempio ed eccolo: il Grande Buddha di Kamakura! Imponente e rassicurante mi stava aspettando. Ha gli occhi chiusi ma sa che ci sono e allora penso alla mia fede se ce l’ho e all’improvviso sento che non ha alcuna importanza. Senza rendermene conto prego, lo faccio per la prima volta sentendolo davvero.

Il Giappone è così, è come ritrovarsi catapultati in un altro mondo, lo senti vicino come se ti appartenesse da sempre. Il Paese delle Meraviglie che non finirà mai di sorprenderti, lo stesso paese che non sa se volerti tenere con se per sempre o lasciarti andare. Dopo la lunga giornata finalmente, apro la porta della mia stanza, girando la maniglia al contrario rispetto a come farei, lascio fuori le scarpe e infilo le mie comode ciabatte comprate per 100yen da Lawson. Lascio scivolare dalle dita il sacchetto della spesa con i miei ultimi capricci e l’immancabile caffè in brick di tutti i gusti tranne quello al Maccha, che proprio non vuole saperne di rendersi amabile al mio palato occidentale. Nella mente ora, sfreccia per poi uscire subito dalle labbra, la parola che racchiude in se il significato di tutta la mia giornata: “ただ今 – Sono a casa!”.

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